E se fosse mio fratello?

Janine parte da questa semplice  domanda, quando negli anni sessanta decide di fondare l’IRAP (Institut de Reeducation Audio-Phonetique), ad Ain Aar in Libano. Un istituto per curare i bambini e [...]

Janine parte da questa semplice  domanda, quando negli anni sessanta decide di fondare l’IRAP (Institut de Reeducation Audio-Phonetique), ad Ain Aar in Libano. Un istituto per curare i bambini e gli adulti affetti da sordità e malattie legate all’udito, in costante crescita nella zona. Ed è proprio in quella stessa zona che Andrea Turatti, presidente di AFN Onlus, e Patrizia Carone, responsabile dei progetti Sostegno a distanza in Medio Oriente, hanno alloggiato durante il loro viaggio, nel Febbraio scorso, in questa terra tanto affascinante quanto aspra.

Al loro arrivo hanno incontrato per prima cosa il sorriso di Janine, circondata dalle persone che insieme a lei hanno messo su questa struttura sin dall’inizio. L’ambiente è molto vivace: oltre a loro ci sono i bambini che seguono le lezioni e quelli che alloggiano là dal lunedì al venerdì perché non hanno famiglia o perché i loro genitori abitano lontano. C’è anche il laboratorio di pasticceria, i cui prodotti vengono venduti con buoni risultati. Di anno in anno l’istituto si è strutturato sempre meglio, grazie all’aiuto di professionisti e volontari, e riesce sempre di più a far fronte a una problematica molto diffusa in territorio Libanese.

Ma Janine non è solo la fondatrice dell’IRAP, svolge anche il ruolo di referente dei progetti Sostegno a Distanza di AFN in Libano. Segue in prima persona, con l’aiuto di Josianne, sua collaboratrice, le attività dei bambini all’interno della Maison Notre Dame e delle donne nell’atelier Ayadina, che si trovano ad Ain Biakout. La prima impressione della nostra Patrizia, conoscendo Janine e osservando l’intera struttura è l’immenso entusiasmo che accomuna tutti i collaboratori dei centri e la loro sconfinata fede nella provvidenza, coadiuvata ad una meticolosa organizzazione e professionalità.

Spostandosi ad Ain Biakout, Patrizia e Andrea hanno conosciuto anche Josianne, con la quale hanno scambiato qualche parola.

Lei e Janine sono arrivate in questa zona nel 1985, in pieno periodo di guerra, mosse da quello stesso interrogativo con il quale si era deciso di costruire l’IRAP: “e se fosse mio fratello?” Qui a Biakout si erano rifugiate numerose famiglie di cristiani, scacciate dai loro villaggi e vittime di una lunga e sanguinosa guerra. È così che alcuni gruppi dell’IRAP hanno deciso di arrivare in questa zona per dare una mano nella raccolta di beni di prima necessità e conforto a queste famiglie perse. Nell’86 si costruisce la Maison Notre Dame, un prefabbricato all’interno del quale nasce l’asilo che ospita bambini dai 3 ai 5 anni. L’obiettivo della è prima di tutto il dialogo e la conciliazione tra culture e religioni differenti, specie a seguito dei contrasti tra cristiani e musulmani. Infatti l’asilo ospita bambini di qualsiasi orientamento religioso e in questo modo anche le mamme si avvicinano reciprocamente: si crea un ponte.

Per agevolare questo dialogo, si è costruito anche l’atelier Ayadina, per le donne che vogliono intraprendere l’arte della sartoria. “Nella cultura libanese, finché l’uomo è in grado di sostenere la famiglia, la donna non può lavorare – spiega Josianne – l’atelier è stato pensato proprio per favorire lo sviluppo e l’autonomia della donna. Col tempo si è sviluppato e le richiese si sono moltiplicate. Quindi abbiamo acquistato altre macchine e un locale per la formazione. I prodotti si vendono attraverso l’Irap, nonostante il periodo di crisi economica che attanaglia l’intero Paese. Abbiamo le donne che lavorano qui fisse dalle 8 alle 14, e poi ci sono altre donne (quasi 80) del quartiere che seguono la formazione da noi e poi lavorano a casa. È soprattutto una lotta per cambiare la mentalità dei mariti e delle donne, per far capire loro che nel rispetto della loro casa e del loro marito, possono comunque lavorare”.

Alcuni bambini dell’asilo Notre Dame, inoltre, sono sostenuti dai programmi di sostegno a distanza e molti di loro hanno le madri che frequentano e lavorano nell’atelier, le due realtà quindi hanno molte interazioni tra loro. Infine si è costruito il centro medico-sociale con un’equipe di professionisti che seguono la gente sia nella struttura che nelle case. Ci si occupa anche di prevenzione e formazione.

Nel 1990 la guerra finisce, ma lascia dietro di sé molti strascichi e irrisolte tensioni tra cristiani e musulmani. È per questo che nella caotica cittadina di Ain Biakout, la convivenza tra queste diverse culture è assai dura.

Negli anni Janine e Josianne, insieme a tutta l’equipe dei centri, hanno imparato a farsi conoscere nel quartiere e sono diventate un vero e proprio punto di riferimento. “Qui tutti sanno che cerchiamo di rispondere ai bisogni di tutti. Lavoriamo tanto sul dialogo islamo-cristiano, che talvolta è difficile. Noi facciamo da colla” spiega ancora Josianne. E i progetti per il futuro non mancano. È in programma la costruzione un’altra struttura che servirà a offrire servizi alle persone con disabilità audiofonetiche, nel quale lavoreranno gli stessi beneficiari dell’Irap.

All’interno di un così intenso miscuglio di culture e religioni differenti, rimane sempre viva la speranza di una convivenza pacifica, nel rispetto di tutti, e c’è chi sta lavorando concretamente e non senza difficoltà per concretizzarla. Tutto questo partendo dal sentimento di uguaglianza e di immedesimazione nelle sofferenze altrui,  da una semplice ma efficace domanda.

Anita Leonetti

 

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