Un ponte tra culture

In un paese segnato dalle disuguaglianze razziali, si lavora in ambito educativo per formare le nuove generazioni 40 anni di soprusi e di discriminazioni dovute all'Apartheid non si cancellano facilmente.  [...]

In un paese segnato dalle disuguaglianze razziali, si lavora in ambito educativo per formare le nuove generazioni

40 anni di soprusi e di discriminazioni dovute all’Apartheid non si cancellano facilmente.  Ancora oggi nelle regioni del Sudafrica il peso della storia continua a farsi sentire.

Il regime di segregazione razziale, istituito nel 1948 e terminato solo negli anni Novanta, ha lasciato enormi strascichi nel Paese, mettendo in forte difficoltà la coesistenza di gruppi etnici differenti, con la conseguente emarginazione di coloro che, da questo peso storico sono rimasti schiacciati. Il regime non prevedeva soltanto forme di discriminazione razziste nell’ambito lavorativo, nel campo dell’istruzione e nella vita dei cittadini, ma anche forme di oppressione psicologica, ghettizzazione e svalutazione sociale della popolazione nera e meticcia.

Durante il regime dell’Apartheid le scuole, erano separate per gruppi etnici ed era illegale per chiunque andare in una scuola di un gruppo sociale differente da quello che gli era stato assegnato. C’erano inoltre evidenti differenze tra i sistemi scolastici, concernenti la qualifica degli insegnanti, il rapporto insegnante-alunno, la qualità degli edifici, dei libri e delle attrezzature.

Tutto questo ha segnato profondamente intere generazioni e ancora oggi gli effetti di questo regime sono drammaticamente presenti e ingombranti nella vita di tutti i giorni, ancor di più se si considerano le zone più povere del Paese.

Bonita Park è un quartiere di Hartswater, cittadina agricola che conta circa 10.000 abitanti. In questa località, come nel resto del Paese, persistono gli effetti negativi ereditati dal regime dell’Apartheid soprattutto in ambito educativo: le competenze scolastiche dei giovani appartenenti ai gruppi neri e meticci di Bonita Park sono assai inferiori a quelle degli altri gruppi etnici, perpetuando così il divario culturale e il conseguente rischio di emarginazione sociale.

Il progetto “The Bridge” nasce proprio per creare un ponte, una mediazione tra i diversi gruppi etnici che popolano il quartiere, colmando le distanze e le differenze culturali. Colmando il vuoto, non solo in senso accademico, ma con la creazione, insieme ad un programma di dopo scuola, di un piccolo spazio in comune: un luogo d’incontro tra culture diverse, per bambini e ragazzi.

Le attività, iniziate a febbraio del 2018, prevedono classi di rafforzamento delle materie carenti come matematica e lingua inglese, attività di doposcuola, laboratori di formazione umana ed educazione alla pace, formazione all’igiene personale e alla nutrizione. Ad un anno dall’inizio delle attività i frutti iniziano a vedersi e la comunità dimostra una grande voglia di crescere e di lavorare insieme. Non ė mancata la collaborazione di tanti per realizzare un ambiente dove bambini e ragazzi potessero trovare la casa che spesso non hanno altrove.

C’è chi come Carlo, ha offerto il suo vecchio camioncino per andare a prendere il legname con cui sono stati fabbricati i banchi colorati dove studiano i ragazzi.  C’è il Preside della scuola elementare più vicina che, vedendo il progresso accademico di alcuni allievi, ha offerto scaffali, quaderni e libri.  Un consigliere comunale del quartiere che ha voluto inscrivere al programma i suoi ragazzi e ogni tanto afferma: “È la prima volta che da noi succede qualcosa di questo genere”.   C’è una ditta locale che ha donato la pittura con la quale i giovani del quartiere hanno imbiancato i muri delle classi. Anche la Chiesa Riformata Olandese, alla quale appartengono quasi esclusivamente i bianchi, ha voluto donare al progetto cinquanta sedie. Ognuno ha fatto il suo per veder crescere questo progetto all’interno della comunità. Ognuno ha messo un piccolo mattoncino per costruire e rendere ogni giorno più saldo il ponte tra culture ed etnie e ha fatto in modo che si iniziassero a vedere, dopo un anno, i frutti di questo immenso lavoro.

Un ponte, questo, che attraversa le barriere delle disuguaglianze razziali e che fa esclamare agli operatori e ai volontari che lavorano al progetto: “Vediamo porte aprirsi, rapporti nuovi crearsi e consolidarsi, ma soprattutto vediamo questi bambini e ragazzi del Bridge trovare poco a poco qualcosa di diverso che li rende meno arrabbiati più sorridenti, più sicuri.”

Fonte: Spazio famiglia, marzo 2019, pp. 10-13

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