‘Roger Cunha Rodrigues’, le sfide di un quartiere a rischio

Nel cuore della foresta Amazzonica, il Progetto di cooperazione allo sviluppo ‘Roger Cunha Rodrigues’. Le sfide di un quartiere a rischio, le storie illuminate dalla solidarietà. Manaus, metropoli di quasi [...]

Nel cuore della foresta Amazzonica, il Progetto di cooperazione allo sviluppo ‘Roger Cunha Rodrigues’. Le sfide di un quartiere a rischio, le storie illuminate dalla solidarietà.

Manaus, metropoli di quasi 2 milioni di abitanti nel cuore della foresta amazzonica. La città sorge nel punto in cui si incontrano i due fiumi del Rio delle Amazzoni e del Rio Negro e mostra gli splendori di inizio secolo quando l’economia era fiorente grazie all’industria del caucciù, seguita però da un lungo periodo di crisi.  Oggi  il livello di povertà e di analfabetismo è altissimo.

Jessica Estel, ammessa all’Università Federale dell’Amazzonia nel 2007, quest’anno si laurea con una specializzazione proprio nel settore alberghiero. Nel frattempo sta già lavorando come analista in un’azienda di esportazione di prodotti naturali dell’Amazzonia.

Tutto è cominciato agli inizi degli anni ’90, quando un gruppo di giovani dei Focolari iniziò a giocare con i bambini di un quartiere disagiato e per loro fu aperta una prima piccola scuola. Tra quelli frequentanti, inseriti nel programma di sostegno a distanza, c’era anche Jessica.

Viveva con la sua famiglia al Coroado, nella periferia della capitale amazzonica. Suo fratello Roger si ammalò di leucemia, morendo all’età di 6 anni. A lui è stato intitolato il Progetto Roger Cunha Rodrigues che intanto stava nascendo.

Alla scuola, Jessica ha assimilato non soltanto il portoghese, la matematica, le scienze, ma contenuti di vita: “Ho imparato che per essere felici occorre costruire rapporti positivi con gli altri. L’esperienza vissuta rimane un punto fermo nella mia vita.”

Col tempo la scuola è diventata Centro Sociale adattandosi meglio alle numerose e complesse emergenze del quartiere, che occupa un’area ripulita dagli alberi e abbandonata da grandi multinazionali che intendevano costruire delle industrie, ma la crisi del mercato li ha spinti a rinunciare.

Tanta gente proveniente dalle campagne in cerca di lavoro e di una vita migliore abita la zona in condizioni di estrema necessità. Vi sono palafitte costruite su un torrente in un punto dove l’acqua è più ferma, ma che, nella stagione delle piogge, cresce allagando e portando via tutto. Non hanno servizi e quello che non serve si butta di sotto e col caldo imputridisce, rendendo l’aria irrespirabile. Le capanne di legno o in cemento non rifinito sono di pochi metri quadri per nuclei familiari numerosi, che per mantenersi hanno un solo e modesto stipendio. C’è chi ha messo su un negozietto di verdura, chi ha trovato un lavoro pesante presso un’industria. Tanti sono i disoccupati e le vittime della droga e dell’alcool.

Quando il Centro riceve un’adesione per un sostegno a distanza, accoglie un nuovo bambino a cui offre istruzione, alimentazione, il supporto alla famiglia e quegli strumenti culturali sostanziati di valori solidi che favoriscono la crescita e le relazioni interpersonali. Ciò avvia un risanamento delle famiglie e della comunità.

Dall’inizio del progetto, sono quasi un migliaio i bambini che hanno scoperto nuovi orizzonti, piuttosto della violenza e della marginalizzazione, che troppo spesso sono costretti a subire tra le mura domestiche. Chi è diventato elettricista, chi pasticcere, chi frequenta l’università.

Qualcuno è divenuto anche un collaboratore del Centro, come ad esempio Julielma, tra le prime bambine sostenute a distanza insieme ai suoi 5 fratelli. Oggi ha 23 anni, è sposata con Marcos e mamma di Sofia di due anni: “Molte situazioni che ci sono nel quartiere – dice – le ho vissute anch’io e quando un bambino è agitato intuisco i problemi che può vivere a casa, cerco di interessarmi a lui, rapportarmi coi suoi genitori. Al centro continuo a imparare cose che mi aiutano personalmente e come famiglia, a far crescere la piccola Sofia.” E questo non è scontato, laddove il concetto di unione stabile è sfumato e il padre o la madre intessono unioni extraconiugali da cui nascono altri figli, poi affidati ad un genitore o a una zia, a un nonno oppure alla strada.

Per loro l’accoglienza al Centro comincia la mattina alle 8:00: “Mettiamo la musica e con un gioco o una ginnastica o i pupazzi, raccontiamo storie che hanno l’obiettivo di mettere in rilievo un punto dell’arte di amare di Chiara Lubich: è la nostra arma più potente perché i bambini portano in famiglia l’abitudine a fare atti di amore.”  – spiega Laude, la coordinatrice del progetto: l’ha visto nascere quando era una ragazza e veniva a giocare con i bambini del quartiere, ha assistito alle varie sfide, i cambiamenti, le sofferenze, le gioie della piccola scuola. Finché è sorto il Centro sociale, un edificio di due piani realizzato gradualmente con l’aiuto di tanti, e che però, a 18 anni dalla costruzione, presenta molti problemi strutturali.

Questo anno sono 200 i bambini che frequentano il doposcuola, le attività socioeducative e sportive. 80 giovani e adulti frequentano il corso di informatica e una decina di mamme si trattengono per dare una mano, frequentando attività specifiche.

Sono tanti ancora però i bambini e le famiglie bisognose del quartiere e tante le necessità che il Centro si trova a dover affrontare: “Se trovassimo modo di migliorare la nostra situazione  – conclude Laude – vorremmo offrire ai bambini almeno una minestra prima di tornare a casa la sera, perché non sappiamo cosa mangeranno o se mangeranno”.■

Giovanna Pieroni

 

 

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