Giornata contro la violenza sulle donne.

La violenza di genere è un fenomeno strutturato e affonda le sue radici a livello sociale e culturale. In periodo di lockdown abbiamo assistito a un aumento di casi di [...]

La violenza di genere è un fenomeno strutturato e affonda le sue radici a livello sociale e culturale. In periodo di lockdown abbiamo assistito a un aumento di casi di maltrattamenti, abusi domestici e online. È importante parlarne e prendere consapevolezza che la violenza è sempre una scelta.

Una recente indagine Istat ha fatto emergere, nel periodo legato al lockdown e all’emergenza sanitaria in corso, un aumento esponenziale della violenza di genere.

Da marzo a giugno 2020 infatti, il numero di richieste di aiuto per sé o per altre, arrivate al numero verde per la violenza e lo stalking 1522, sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2019 (+119%). Si è registrato un aumento dei procedimenti per maltrattamenti e violenza domestica dell’11% e nei primi dieci mesi del 2020 ci sono stati 93 femminicidi. Uno ogni tre giorni. Ad aumentare in maniera significativa, come emerge dai dati, sono i casi di maltrattamenti e abusi da parte di conviventi, sintomo di come il periodo di chiusura in casa e isolamento da un punto di vista sociale abbia alimentato un fenomeno che era già in forte crescita negli ultimi anni e che affonda le sue radici a livello sociale e culturale.

Si parla di violenza di genere quando ci si trova di fronte ad abusi, molestie, danni fisici e psicologici fortemente legati al genere della persona che li subisce, che nella grandissima maggioranza dei casi è donna. Non si tratta inoltre di singoli e sporadici episodi, bensì di un fenomeno assai strutturato e sistemico all’interno della società in cui viviamo, che rispecchia dinamiche di potere e oppressione ben radicate e in molti casi difficili da individuare. È inoltre un fenomeno trasversale: non risparmia nessuna fascia d’età, titolo di studio, provenienza o estrazione sociale. La pandemia in corso e la crisi sociale ed economica che ne deriva, hanno esasperato ulteriormente il divario e i conflitti già preesistenti all’interno del nostro sistema, facendo emergere ancora di più questo fenomeno, soprattutto dentro le mura domestiche. Una delle caratteristiche principali della violenza di genere è proprio l’isolamento, il muro eretto intorno alla vittima per evitare di chiedere aiuto e confrontarsi con altre persone e il lockdown ha rappresentato lo scenario perfetto in questo senso. Inoltre, ad essere considerate violenze non sono soltanto i danni fisici e i maltrattamenti, ma anche gli abusi psicologici, molto difficili da individuare ma altrettanto dannosi per chi li subisce.

A una lettura più approfondita dell’indagine Istat emerge un altro dato interessante. Un aumento della percentuale di telefonate ai centri antiviolenza significa anche una maggiore consapevolezza da parte delle donne di cosa si stia vivendo e dei servizi di cui può usufruire per uscirne. I centri antiviolenza, con i loro centralini h24, le operatrici formate adeguatamente, le avvocate, mediatrici e psicologhe, lavorano incessantemente per supportare le donne in un percorso di fuoriuscita dalla violenza, che passa attraverso la presa di consapevolezza e la ricostruzione passo dopo passo della propria vita.

In periodo di lockdown e di distanziamento sociale, il tempo passato davanti ai social ha ulteriormente aumentato anche un altro tipo di violenza di genere: quella online. Gli ambienti digitali, specchio di quelli offline, possono essere scenario di molestie e abusi ugualmente difficili da metabolizzare per chi li subisce, soprattutto se si tratta di ragazze adolescenti. Da un’indagine del 2015 United Nations Broadband Commission del 2015 intitolata Cyber violence against women and girls, circa una donna su tre nel mondo è vittima di violenza di genere online, che si può tradurre in violazione della privacy, con diffusione non

consensuale di immagini o dati privati, sorveglianza o monitoraggio degli account social, fino ad arrivare allo stalking.

Sebbene negli anni si siano istituiti una serie di servizi a tutela delle donne, sia da un punto di vista psicologico che legale, come l’ultima legge sul Codice Rosso, questo non basta. Per sradicare un fenomeno che è così strutturato e inserito nella società bisogna passare per una corretta educazione e informazione. Educare al riconoscimento della violenza, anche nelle forme più sfumate. Educare al dialogo e al confronto, perché il primo passo per la fuoriuscita da una situazione di violenza è la consapevolezza. Partire dalla scuola primaria e formare sia le bambine che i bambini, perché imparino anche loro a non reiterare comportamenti abusanti e rispettare le differenze. Informare adeguatamente gli adolescenti sulle conseguenze che una violenza psicologica può provocare e sul corretto utilizzo dei social.

Educare a una lettura critica e lucida circa gli episodi di violenza narrati attraverso i media, affinché non si parli più di semplice “raptus”, non si dica più “se l’è cercata”. Anche questa è violenza.

Anita Leonetti

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