Guardando il Brasile, attraverso gli occhi dei bambini

Gabriele Tracanna, coordinatore dei programmi di Sostegno A Distanza in America Latina, racconta la sua visita presso alcuni progetti in Brasile. Il Brasile: un Paese dalle enormi potenzialità naturali e [...]

Gabriele Tracanna, coordinatore dei programmi di Sostegno A Distanza in America Latina, racconta la sua visita presso alcuni progetti in Brasile.

Il Brasile: un Paese dalle enormi potenzialità naturali e culturali, ma allo stesso tempo palcoscenico di grandi contraddizioni, di ingiustizie e di diseguaglianze, di divari difficili da colmare. Di questo ero già ampiamente a conoscenza, anche prima del mio viaggio. Tuttavia, la lettura di libri e le informazioni che quotidianamente mi arrivavano dai progetti avviati nella zona, non hanno impedito allo stupore di fare capolino nei miei occhi, non appena messo piede in questo immenso Paese.

Dire di conoscere alla perfezione il Brasile in soli quindici giorni di permanenza è, di certo, impossibile, ma, avendo avuto la possibilità di vivere il quotidiano della gente del posto, senza fermarmi alle classiche tappe “turistiche “, posso dire di aver capito qualcosa. Quindici giorni. Da Sud a Nord-Est, con l’opportunità di entrare nella realtà più intima delle favelas e di chi vi passa la propria vita lavorando per dare un senso a quella di tante persone, che lottano per la sopravvivenza. Uomini e donne che, silenziosamente, di giorno in giorno, portano amore concreto a chi non ha più nulla, a chi chiede solo un po’ di affetto per sentirsi ancora un essere umano.

Visitando i progetti di Santa Terezinha e Santa Maria a Recife e Maria Menina, Pedreira e Coreia a San Paolo, mi sono imbattuto negli occhi tristi e nelle braccia bisognose di affetto di tanti bambini e ragazzi. Quello che loro chiedono è solo l’amore di una famiglia, il desiderio di essere accolti e di sentirsi parte di un tutto.

E questo è un vuoto che il lavoro dei volontari e dei referenti cerca di colmare di giorno in giorno con risultati stupefacenti.I ragazzi che frequentano i Centri hanno, infatti, la possibilità di uscire dalla dolorosa routine nella quale sono costretti a vivere, per ritornare ad essere bambini, spensierati e gioiosi. Hanno la grande possibilità di lasciarsi alle spalle la vita nelle favèlas, che con le semplici parole non si può descrivere. La cosa che mi ha sconvolto maggiormente è l’enorme divario esistente tra le zone ricche e quelle povere delle grandi città. Che sia San Paolo, Florianopolis o Recife, a dividere i quartieri benestanti del centro dall’immensa povertà delle favèlasè solo una strada, ma sembra un baratro insuperabile.

Di là i condomini protetti da guardie armate e muri di confine, di qua strade strette tra un’abitazione e l’altra, dove le “case ” sono in realtà baracche fatiscenti divise dai canali di scolo a cielo aperto. Strade strette, che fanno da scenario alle continue violenze, abusi, traffici di droga e nelle quali la personalità degli abitanti si abbrutisce di giorno in giorno per necessità . La gente che le popola è accomunata da una lotta continua per la sopravvivenza, per arrivare a fine giornata con qualcosa nello stomaco, senza la possibilità di fare progetti e previsioni per l’indomani.Ora, al mio ritorno, sono certo di una cosa: il Brasile e la sua cruda bellezza mi sono entrati dentro in soli quindici giorni, così  come gli sguardi dei bambini aiutati dai progetti e quelli dignitosi dei genitori che, nonostante le fatiche quotidiane, trovano sempre il tempo di un sorriso e di piccoli momenti di festa. Tutte cose che non si impareranno mai nelle Agenzie di viaggi .

 

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