No ai bambini-soldato

Paventa sicurezza, poiché imbraccia un temibile e pesante fucile. Quasi non tengono le gambette sottili, che tradiscono l’età. Ha solo 11 anni, ma invece di correre in classe a costruirsi [...]

Paventa sicurezza, poiché imbraccia un temibile e pesante fucile. Quasi non tengono le gambette sottili, che tradiscono l’età. Ha solo 11 anni, ma invece di correre in classe a costruirsi un futuro, insieme ai suoi compagni, oggi il suo compito è un altro.

Secondo l’Onu,  sono circa 250mila i bambini e le bambine costretti a combattere. La giornata ONU del 12 febbraio richiama l’attenzione mondiale su quella che rappresenta  una vera emergenza umanitaria, una pandemia della violenza a scapito dei minori, presente in oltre 40 Paesi del mondo.

La maggior parte dei  bambini soldato  proviene  da famiglie povere. Alcuni si uniscono ai gruppi militari per la sopravvivenza, perché viene offerta loro l’opportunità di mangiare regolarmente e  avere un reddito con cui sostenere la famiglia. Molti vengono rapiti o raggirati, presi con la violenza. E poi  istruiti a uccidere, storditi  con droghe o alcol per eliminare la paura. I bambini  del resto «non sono ancora pienamente coscienti delle loro azioni: possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate macchine belliche», afferma Olara Otunnu, rappresentante speciale del segretario generale Onu per i bambini nei conflitti armati. Essi inoltre non chiedono stipendi, per loro l’esercito rappresenta l’unico modo per mangiare e  sopravvivere.

Nonostante uno dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda Onu 2030 preveda che gli Stati adottino misure immediate ed efficaci per garantire il divieto e l’eliminazione delle varie forme di lavoro minorile, compreso il reclutamento e l’uso di bambini soldato, il fenomeno è ancora largamente diffuso e rientra nel più ampio tema dei minori vittime dei conflitti, che sono oltre un miliardo di bambini dal 2002 ad oggi.  

La pace è lo strumento più efficace a tutela  dei minori. Occorre unire gli sforzi affinché i bambini non finiscano più per essere uccisi, a causa di ordigni esplosivi e mine antiuomo, o vittime di violenze riportando mutilazioni fisiche e traumi psicologici, con enormi difficoltà a reinserirsi nella società, se sopravvivono. I diritti dell’infanzia devono essere garantiti, anche nei contesti di guerra, andando a rimuovere le cause che impediscono il raggiungimento di condizioni più eque e giuste per tutti, a partire dai più deboli.

Ci scrive la nostra referente Diletta Lawula dalla Repubblica Centro Africana: “Il nostro Paese sta di nuovo attraversando una fase di buio profondo a causa della situazione politica, degenerata a seguito delle elezioni presidenziali. Tante le difficoltà per le famiglie: nella stessa classe dove studia un bambino sostenuto dal programma SAD, c’è ogni giorno un suo amico costretto a interrompere la scuola. Il progetto di sostegno a distanza è speranza di  un futuro migliore, che va al di là della guerra.”

Giovanna Pieroni

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